Chi siamo

Dalla giocoleria alla danza

Questo lavoro nasce da uno studio sull’utilizzo della giocoleria all’interno della danza, in particolare vengono impiegati degli strumenti infuocati caratterizzati da un movimento circolare fluido ma che possono essere bloccati assumendo movimenti rigidi, veloci come quelli di un insetto. La filosofia che muove questo momento della nostra ricerca s’ispira alle dinamiche, lo stato caratteristico dalla danza contemporanea Buto. Il fuoco viene usato come scusa per attraversare, con la danza, degli stati emotivi umani che si ritrovano anche nelle dinamiche degli elementi. La fiamma vibra: l’uomo viene colto dalla imprevedibilità, impotente di fronte ad eventi, azioni, sensazioni che non riesce ad ordinare gestire ma che al tempo stesso lo rendono vivo; è in piedi, a contatto con la terra ma l’energia vitale lo spinge nella verticale, nella direzione della fiamma. Attorno al fuoco c’è il bagliore e si danza uno spazio nel quale agire entrando nella densa dinamica della celebrazione, come essere cervo: attento all’esterno, vedere più lontano di dove arriva lo sguardo. Come tutte le cose la fiamma perde impercettibilmente energia nell’aria, diventa tenue leggera e si risolve in un soffio, ma è solo così e in nessun’altra maniera che si può rigenerare… il fiore sboccia la mattina e si chiude in se la sera.
Alberto Cacopardi

Il clown

“Il clown in giro per la città?
Cammina, piange, scappa, salta, guarda, ride, si innamora, odia, insegue, mangia, si dimentica, saluta, si addormenta, si sveglia, saluta .
Semplicemente ascolta, semplicemente reagisce.”
Alberto Cacopardi

La nostra storia, quella dei nostri antenati, le esperienze che ognuno di noi ha affrontato nella vita si riflettono sul corpo. La postura, la camminata, il respiro… sono elementi che inevitabilmente dicono qualcosa di noi, di come siamo e del rapporto che abbiamo con il mondo; anche se spesso non è facile accettarlo. Un uomo che cammina con il naso alto che punta il cielo, ci sta parlando di sé.
Far ridere il pubblico di noi, della nostra stupidità ci porta a ridere noi, in prima persona, della nostra natura. Diventiamo così osservatori del nostro modo di affrontare il mondo, acquistiamo consapevolezza e ci accettiamo; possiamo quindi uscire dalle gabbie che ci creiamo. Forse se quell’uomo che cammina puntando il cielo, indossasse il naso rosso, potrebbe capire come mai non vede gli altri.
Questo lavoro parte dallo stato clownesco: la ricerca dell’istintualità basata su un basso livello di coscienza, sulla stupidità innata delle persone, che ci permette di reagire abbassando i filtri e le maschere che sviluppiamo nelle relazioni. E così lo sguardo diventa follemente aperto, sincero, come quello del bambino: si riscopre lo spazio che ci circonda e le persone che ci stanno vicine.
Come formatori cerchiamo i percorsi che si avvicinano il più possibile a cogliere un lato autentico di ognuno, lavorando fisicamente per rimettere in gioco l’energia del corpo lontano dalle barriere della mente. Da qui parte la creazione del personaggio clownesco che entra in scena, mostrando il suo mondo e quello che lo circonda.
Come compagnia vogliamo cogliere la poeticità di questo linguaggio che vede il mondo con occhi differenti, sinceri.



Teatro danza

Per noi il teatro, la danza, la musica sono stili che hanno dei confini non troppo definiti. Infatti, attraverso queste forme espressive cerchiamo un po’ la stessa cosa: semplicemente la condivisione di un momento vero autentico, fra attore e spettatore.
Se guardiamo un musicista che suona veramente che lascia andare il suo corpo alla musica, possiamo vedere nel movimento delle sue mani, nelle espressioni del suo viso, il suo corpo che danza.
Un attore interpreta un personaggio costretto a mesi di immobilità nel suo lento. Quando arriva il momento di alzarsi in piedi, i suoi gesti sono attenti, riscopre il suo corpo: i muscoli, le ossa, i tessuti. L’attore in quel momento è totalmente nel movimento e vive quello che il movimento induce nel suo stato emotivo. L’attore praticamente sta danzando, inteso semplicemente come vivere l’istante dell’azione: espandendola, sviluppandola nello spazio, come fosse la prima volta.
Una canzone generalmente ha un inizio e una fine, all’interno di questo periodo vi è uno sviluppo, regressione o cambiamento di atmosfera, ritmo con una evoluzione propria, una evoluzione emozionale magari ricca di immagini.
Un danzatore che vive la musica in ogni suo istante, trasmette un percorso emozionale che porta il pubblico con sè. Racconta un’esperienza attraverso il corpo.
Ci affascina la contaminazione tra i linguaggi artistici, il dire le cose con modi diversi, ognuno con il suo potere comunicativo, ognuno portatore di un particolare sguardo sulla realtà.
La tecnica è importante, ogni stile ha bisogno di un suo momento di approfondimento, riteniamo che il lavoro sul corpo sia fondamentale in quanto strumento che solo se si conosce si può utilizzare. La consapevolezza del corpo è la base per una consapevolezza del proprio stato fisico ed emozionale.
Il teatro parla dell’uomo e del mondo; conoscendolo possiamo come persone essere in contatto con esso.
Gli elementi che innestiamo sono la danza contemporanea Buto dove si cerca di rivivere le dinamiche dell’ambiente, col corpo: una ricerca molto interna di qualcosa che è proprio della natura. Quando guardiamo un bambino che gioca, un cane che corre o ascoltiamo un anziano; quando siamo di fronte a un tramonto, c’è qualcuno o qualcosa che ci trasmette una energia, un movimento fisico ed emozionale.
Un altro linguaggio su cui lavoriamo è la manipolazione che deriva dalla danza contact dove c’e uno scambio di energia fra due corpi che vivono una relazione concreta nel presente. I personaggi, il loro canto e le loro parole nascono dall’incontro di queste due tecniche: una relazione tra corpi che vivono profondamente degli stati.

Una riflessione sulla scrittura e sul racconto

Fabrizio Cruciani dice: “Ogni teatro ha una sua logica di esistere nella storia” .
Ma qual’è la logica del teatro contemporaneo, di quest’arcipelago di esperienze così diversificate e spesso lontane l’una dall’altra? Quale logica lo produce e a quale logica risponde, questo nostro teatro?
Nel mio percorso di attrice mi è spesso capitato di sentirmi dire che il primo passo per mettere in scena un testo è abitarlo…. Per abitare un testo teatrale s’intende un tipo di rapporto tra il regista, gli interpreti, le parole, i luoghi, le emozioni evocate dallo scritto in questione. L’abitare il testo ha come scopo arricchire tutto il gruppo di lavoro di un personale sguardo sull‘argomento. Di volta in volta tale rapporto è inteso diversamente sul piano della metodologia che i differenti registi o maestri decidono di seguire. Ma l’utilizzo di questo termine mi portato a voler indagare con maggior forza la questione dei nessi tra teatro e il nostro stare nei luoghi, cui confini, già sfocati, si perdevano ancora di più nei molteplici significati della parola abitare.
Si parla spesso di teatro contemporaneo come campo d’indagine più che oggetto di studio che produce, più che opere, modi di operare. Questa concezione di teatro in interrelazione dinamica con l’ambiente mi ha portata a ripensarlo come sistema di relazioni dove teatro non è l’evento dello spettacolo e non si risolve nella sua fruizione e basta. Dove non c’è solo (anche se non è poco!) il rito laico di condivisione di un momento delle nostre vite in cui ci sediamo per lasciarci ammaliare, trasportare, informare. Ma dove il teatro è anche uno strumento attraverso il quale conoscere, abitare ed aver cura dei luoghi, del nostro tempo e di noi stessi. Attraverso le parole che usiamo comunemente per raccontarci, parole che nascono dall’incontro tra persone e paesaggi. Andando a cercare le storie che non vogliono essere dimenticate.
Ed è attraverso le parole che scaturiscono dal raccontare la propria esperienza, parole concrete, che, allo stesso tempo, “fanno brillare un’intera scia di storia” come dice Foucault, che mi ritrovo a vedere mondi nuovi. La parola che nasce dall’immagine, dal ricordo di un’esperienza, ha la forza della realtà per chi racconta. Ma è una proposta: non mostro un oggetto, lo nomino. Propongo il mio sguardo sulla cosa. Chi ascolta, ricostruisce le storie a partire dalla propria esperienza, ritrovando nella propria memoria gli stessi oggetti, luoghi simili, persone che la descrizione fatta dal raccontatore, evoca. La qualità dello sguardo di chi racconta propone nuove prospettive. E i mondi che si concretizzano nell’immaginario di ogni ascoltatore in maniera assolutamente personale, saranno nuovi ed eco di quello che è già stato, allo stesso tempo.
E’ un processo semplice, e nella sua semplicità: meraviglioso.
“Una parola credo di averla introdotta io a Malo, un pomeriggio. Eravamo in molti nel cortile della nonna, c’era un mucchio di sabbia e stavamo facendo certe invenzioni capricciose di castelli e torri, con grande eccitazione e trambusto. A un tratto vidi la costruzione che accennava a incrinarsi e dissi: "Crolla!". La parola magica sentita da me chissà dove, sconosciuta a tutti gli altri ma immediatamente capita, si sparse come una vampata. Tutti borbottavano "crolla, crolla", affaccendandosi, mentre la nostra opera si accasciava.
La parola nuova era l’evento stesso.” (“Libera nos a malo” Luigi Meneghello)
Una ricerca sul raccontare e attraverso questa, sull’abitare, oggi, nella penisola italiana. Tra infrastrutture, centri commerciali, cemento refrattari ad ogni significazione e paesaggi da fiaba.
Evarossella Biolo








 
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